L'emozione della Patagonia L'emozione della Patagonia L'emozione della Patagonia L'emozione della Patagonia

L'emozione della Patagonia

SilvyCar

Antefatto

Sono le 4 del pomeriggio, ho ritirato da poche ore la patente internazionale.

Sono in ufficio, ma ho la testa pesante.

Dico a mio fratello: - Cacchio, mi verrà mica l’influenza a 24 ore dalla partenza! –

Due ore dopo, a casa, mia moglie tira fuori il termometro: 38,8°

Porca boia!

Sacramentando mi metto a letto imbottito di aspirine.

In volo

Santa aspirina ha fatto il miracolo: dopo dodici ore di sonno senza sogni mi risveglio fresco come una rosa.

La febbre? Sparita! Rifaccio il controllo delle valigie: il trolley è pieno come un uovo (all’ultimo ho deciso di piegare e riporvi anche il materassino della tenda), ma lo zaino ha ancora qualche buco. I documenti sono OK, ho 500 dollari USA e 500 Euro in contanti, ripartiti tra portafoglio e cintura con scomparto nascosto, e la VISA: non morirò di fame. 14:30: mio padre mi accompagna all’aeroporto (Aerolineas Argentinas ha un accordo con Air One, per cui il loro biglietto comprende anche il comodo trasferimento a Roma con partenza da Linate). Unica preoccupazione? Air One impone, nonostante i miei dubbi, di fare viaggiare lo zaino direttamente e Buenos Aires. Opportunamente, temendo disastri, tutto cioè che è indispensabile, fragile o costoso è nel trolley che mi carico come bagaglio a mano. In serata si parte quindi da Fiumicino per l’Argentina: finalmente la fuga è iniziata!

Bienvenido

Dopo una notte insonne si arriva a Buenos Aires: il primo impatto dall’aereo è sconvolgente.

Ma quanto è grande questa città? Sembra che l’Airbus ci metta un tempo esagerato ad attraversarla!

Sbrigate le formalità di rito arriva il primo momento critico, ma dopo una interminabile attesa…ecco lo zaino, sano e salvo!

Cambio 100 Euro da uno strozzino travestito da cambiavalute (cambio a 3,22 mentre in banca avrei potuto spuntare 3,55) ma ho fretta: devo trasferirmi dall’aeroporto internazionale (Ezeiza, o Ministro Pistarini) all’aeroporto nazionale (Aeroparque) e le dimensioni della città mi fanno sospettare che non sarà un tragitto brevissimo. Fortunatamente all’ufficio informazioni mi consigliano di prendere anziché un taxi (circa 100 pesos) un bus della compagnia Tienda Leon (27 Pesos) che parte a minuti. Detto, fatto!

(Nota bene: il simbolo locale per il peso argentino è $, proprio come quello del dollaro USA, e questo può causare fraintendimenti. Nel seguito scriverò AR$ o US$ secondo i casi). Il clima è caldo, e nonostante siano le 7:30 locali sono ormai in maglietta. Mi pento di avere portato come uniche calzature gli scarponcini da trekking.

Come previsto il trasferimento è interminabile (alla fine ci vorranno due ore abbondanti), ma istruttivo: utilizziamo quelle che penso essere le tangenziali di Buenos Aires e vedo scorrere dal finestrino infiniti quartieri evidentemente poverissimi (non sono le favelas brasiliane, ma non si vede una casa finita: tutti sembrano abitare in cantiere) tra i quali spuntano in un contrasto bizzarro arditi e luccicanti grattacieli di vetro.

Sul bus trovo una ragazza che era seduta accanto a me sul volo da Milano: ben presto scopro che è argentina, che ha studiato in Italia e ora, con una offerta di lavoro, torna a Baires per cercare un posto anche per il fidanzato italiano e trasferirsi definitivamente. Trasferirsi in Argentina? Non fa per me, penso. Almeno non a Buenos Aires, con un traffico in perfetto stile napoletano ed un’aria irrespirabile, decisamente marroncina…

Dalle sue parole comincio a rendermi conto che qui le unità di misura sono diverse dalla nostre: la città ha 15 milioni di abitanti (!), il fiume che la costeggia, il Rio de la Plata, qui è largo 200 km (!!). All’Aeroparque (che aeroporto piccolo! Mi aspettavo una specie di Linate, ma è frequentato praticamente solo da Aerolineas Argentinas) una piacevole sorpresa: al banco di Telecom Argentina mi vendono una carta prepagata da 20 AR$, assicurandomi che ci telefonerò in Italia per un paio di ore.

Ecco l’aereo per Trelew: senza chiederlo mi trovo con un posto finestrino: ottimo! Sono tre ore di volo per il nord della Patagonia: passata Buenos Aires solo pampa e ancora pampa. Campi coltivati ma semi-aridi, rade fattorie, qualche microscopico centro, strade perfettamente rettilinee per decine di chilometri.

L’atterraggio a Trelew è avventuroso (almeno per i miei gusti), con il pilota che smanetta di brutto sugli alettoni.

Appena sbarcati si capisce il perché: vento, vento forte, caldo, a raffiche. Tra i postumi dell’influenza, il fuso orario, la notte insonne e lo sbalzo di temperatura sono decisamente groggy, ma devo farmi forza: il programma che mi sono autoimposto prevede di procurarmi una macchinina a noleggio e trasferirmi a Puerto Piramides, nel parco della Peninsula Valdes. All’aeroporto (Aeroparque era piccolo? Questo è minuscolo!) quattro banchetti di autonoleggiatori, ma due sono deserti, il terzo è lì per un’auto prenotata e solo l’ultimo mi salva!

Maximo, di Patagonia Rent A Car, mi propone un cadavere di Ford Ka che giace nel parcheggio: il prezzo è onesto, affare fatto!

Le strade, mi spiega, sono quasi tutte carreteras de ripio: sterrato più o meno in buono stato. Non serve un fuoristrada, no, ma piuttosto prudenza: mi fa giurare e spergiurare che mai e poi mai supererò i 50 km/h sullo sterrato (naturalmente tengo le dita incrociate), facciamo il giro della macchina per contare le ammaccature (dopo aver riempito un foglio concordiamo che forse vale la pena di segnare solo quelle veramente grosse), mi dà un paio di fotocopie di cartine stradali e mi saluta.

Ci vedremo tra quattro giorni, prima della partenza dell’aereo per Ushuaia: il suo ufficio è a Trelew, ma lui passa in aeroporto (30 km di distanza) due volte al giorno, quando arrivano gli aerei…ah, l’Argentina! Il tutto in un improbabile misto di italiano, spagnolo da me “imparato” sugli albi di Tex Willer (“maldido gringo!”) e qualche parola di inglese che da queste parti pare semisconosciuto.

E sì che la storia e la toponomastica locali (Trelew, Rawson…) suonano inglesi o meglio gallesi! Intanto la Ka si accende regolarmente ed affronto la prima trasferta: destinazione Puerto Madryn, la capitale del whale watching (altra antica colonia gallese), dove conto di fare la spesa prima del Parque Nacional

Naturalmente è molto vicino, in termini patagonici almeno: saranno 100 km di infiniti rettilinei di asfalto srotolato su spoglie ed aride colline.

Fatta la spesa, e fatta la conoscenza con l’immancabile monumento alle “Malvinas Argentinas” (molto toccante, perché fa riferimento alla tragedia dell’incrociatore-scuola Belgrano, silurato da un sottomarino inglese mentre era in crociera con un equipaggio di giovanissimi allievi dell’Accademia Navale) mi avvio verso la Peninsula.

L’ingresso, come in quasi tutti i parchi nazionali argentini, è a pagamento (35 AR$ per gli stranieri) e permette anche di andare e venire (conservate anche la ricevuta del campeggio/albergo per dimostrare che siete già entrati) e di accedere ad una riserva naturale che per gli standard argentini è minuscola (sarà suppergiù delle dimensioni della Val d’Aosta…) ma ricchissima di fauna. Tanto per cominciare già dalla strada (ancora asfaltata) vedo armadilli, nandù (lo struzzo patagonico) uccelli rapaci, pochissimo bestiame di allevamento. Eccomi a Puerto Piramides: il paese è, come da previsioni, minuscolo: case di lamiera, ristorantini, il locutorio (posto telefonico pubblico), numerose ricariche di bombole da sub, svariati “avistaje de ballenas”. Il campeggio è (ad essere generosi) spartano, ma almeno costa poco: 7 AR$ doccia compresa. In compenso i posti tenda più riparati sono tutti occupati: per montare la tenda mi tocca parcheggiare la macchina in modo che mi protegga almeno dalle raffiche più feroci. Ceno a carne in scatola e pesche, sono distrutto, pieno di sabbia ed ancora bagnato dalla doccia ma esaltato dalla prospettiva di un giorno nella natura: mi metto a nanna soddisfatto.

Un giorno da lobos

La prima notte in tenda non è male, anche perché con il sonno accumulato avrei dormito su un cactus, ma la sveglia è antelucana: in mancanza di meglio salto in macchina prima delle 7 e mi avvio per il ripio verso Punta Norte, dove dovrei trovare la loberia o colonia di leoni marini (“solo” 95 km di sterrato: quasi quattro ore tra andata e ritorno)

Anche a causa dell’ora presta ci sono ancora più animali del giorno prima: in particolare gli eleganti guanachi brucano tranquilli ai bordi della carretera.

Dopo una dozzina di chilometri vedo un veicolo fermo in mezzo alla strada (la cosa fa notizia: è il primo veicolo che vedo da quando ho lasciato Puerto Piramides).

E’ uno scalcinato pick-up Chevrolet con al traino una ancora più scalcinata barchetta: due tizi al mio arrivo si sbracciano senza troppa convinzione.

Mi fermo: sono due pescatori, rimasti senza benzina: mi offro di portarne uno, armato di tanica, al distributore di Piramides (che è poi l’unico della Peninsula Valdes) e poi riportarlo alla macchina.

Il mio passeggero è loquace, e dopo avermi illustrato la sua perfetta padronanza del turpiloquio italiano con una sfilza di bestemmie, mi spiega dei gauchos, degli animali, del clima, degli immancabili parenti italiani, e quando gli racconto che sono di Monza mi narra anche della carriera politica di Carlos Reutemann, pilota Ferrari degli anni ’70!

Secondo lui è tardi sia per le balene (e lo sapevo) sia per le toninas, i bellissimi delfini bianchi e neri, mentre ci sono ottime possibilità di vedere le orche a Punta Norte (speriamo!).

A missione compiuta riparto, con parecchie soste fotografiche, per Punta Norte, dove arrivo verso le 10.

Guidare sul ripio non è in sè particolarmente pericoloso: il rischio è semmai quello di abituarsi troppo in fretta allo sterrato e cominciare a tenere medie troppo elevate e poi trovarsi in difficoltà a 80 all’ora.

Punta Norte è deserta: il flusso turistico delle gite organizzate comincia verso mezzogiorno, quando arriva l’alta marea.

C’è un baretto, un bagno, un osservatorio dei guardiaparque che armati di binocolo scrutano il mare alla ricerca delle pinne delle orche: la forma della pinna è l’impronta digitale di questi meravigliosi mammiferi marini ed è importante monitorare il comportamento dei singoli individui.

I rangers (molti sono studenti di biologia) parlano inglese e mi spiegano che le orche attaccano i piccoli di leone marino (lobo de un pelo) in acqua ma anche eccezionalmente fuori dall’acqua, facendosi spingere dalle onde sulla spiaggia e catturando gli ignari lobos che fuori dall’acqua sono molto meno agili e soprattutto meno guardinghi.

In tutto il mondo solo due popolazioni di orche hanno elaborato questo raffinato stile di caccia.

E i leoni marini? Intanto si godono la bassa marea, con gli scogli affioranti che li proteggono da attacchi dal mare ed un sottile recinto in fil di ferro che li divide dai variopinti umani. Ci sono alcuni maschi rissosi, molte pigre femmine, una valanga di cuccioli chiassosi e giocherelloni che si rincorrono dentro e fuori l’acqua, sotto un sole caldissimo ma (purtroppo per la mie pelle) “dissimulato” dal vento incessante.

Come previsto verso mezzogiorno il parcheggio si riempie di auto e pulmini: sono soprattutto le gite guidate che portano i turisti da Puerto Madryn che arrivano in sincronia con l’alta marea nella speranza di incontrare las orcas.

Oggi, intanto, va buca a tutti, nonostante le positive previsioni dei guardaparque: le orche non rivedono ormai da una settimana (ultimo avistaje il 12 Febbraio) e visto il tempo favorevole ci si aspetta di rivederle a breve.

Nonostante la piccola delusione mi consolo con il simpatico armadillo che dopo la ritrosia iniziale diventa improvvisamente socievole alla vista del mio panino.

Verso le 4 mi avvio verso la base, sempre accompagnato da vento e sole: arrivato a Puerto Piramides mi concedo anche una nuotatina nell’Atlantico (freddino ma sopportabile).

Alla sera, poi, grande spettacolo: il cielo è straordinariamente buio, e la Via Lattea spicca maestosa, accompagnata da due evidenti “macchie” che non fatico a riconoscere come le Nubi di Magellano. Cerco invano la Croce del Sud, ma l’affollamento di stelle è tale che non riesco a trovarla!

“Killer whales! There!”

Dopo una notte alla brace (la fissazione nazionale degli argentini è la parrilla, la grigliata gigante, ed al sabato sera davanti ad ogni tenda e roulotte spuntano barbecue di ogni dimensione, mentre il campeggio si anima di un frenetico viavai di uomini con sulle spalle mezzi agnelli, cassette di polli, file di salsicce, quintali di legna da ardere) ancora sveglia all’alba. Il tempo è cambiato, ed ora il cielo è coperto.

Ho in programma Caleta Valdes, una insenatura lunga molti chilometri dove potrò vedere una piccola colonia di pinguini ed al cui sbocco sul mare aperto, in corrispondenza dell’Estancia La Elvira, potrò vedere gli elefanti marini.

La pinguinera è sorprendente: soprattutto non mi aspettavo l’estrema confidenza che i pinguini di Magellano danno agli umani.

Gli uccelli si fanno avvicinare moltissimo, tanto da farmi sospettare che sappiano ben difendersi col loro becco aguzzo dai visitatori troppo invadenti. Io intanto approfitto per scattare foto a tutto spiano.

Verso mezzogiorno mi trasferisco a La Elvira, una estancia appollaiata in cima ad un promontorio proprio sopra la colonia degli elefanti marini.

Un sentiero ben tenuto mi porta tra le rocce di arenaria letteralmente costellate da fossili di conchiglie (sembrano ostriche giganti) a scendere verso la spiaggia di ciottoli, dove una linea di fil di ferro mi separa da una ventina di elefanti marini che si trascinano pigramente.

Gli elefanti marini sono vere e proprie foche (a differenza dei leoni marini che sono invece otarie) e sono molto più specializzati per la vita acquatica: non hanno orecchie e soprattutto hanno gli arti posteriori praticamente fusi in una pinna assolutamente inadatta alla locomozione sulla terraferma.

Mentre i lobos camminano e addirittura corrono gli elefantes possono solo strisciare trascinandosi sulle pinne anteriori.

Va da sé che sulla spiaggia la vita sociale sia meno frenetica: in questa stagione poi gli adulti sono in mare aperto, mentre sulla spiaggia troviamo solo i giovani (bestiole di circa tre metri di lunghezza) impegnati a sfidarsi in lotte simulate che ricalcano i combattimenti che affronteranno da adulti.

Faccio conoscenza con una famiglia di tedeschi che gira con un gigantesco camper ricavato da un camion Mercedes: lui fa la guida alpina nel Salisburghese e sulle Ande, e guadagna abbastanza da mantenere la famiglia in campeggio perenne in Sudamerica, da due anni! Invidia!

Ne approfitto per farmi gonfiare una gomma piuttosto ammosciata della mia Ka utilizzando il compressore del panzer.

Salutati gli elefanti marini sotto un improvviso quanto violento temporale faccio rotta verso nord, ancora per Punta Norte: è vicino (sono “solo” 50 km di ripio) e voglio riprovare con le orche. La carretera de ripio bagnata è assai infida, ed arrivo a destinazione dopo le 2 e soprattutto dopo un paio di spaventi non da poco.

Parcheggio (è ora di punta, e ci sono parecchi pulmini), mi avvio verso la spiaggia e…in acqua intravedo inconfondibile un dorso nero e lucido che si incurva e sparisce tra le onde sormontato da una pinna arcuata. Le orche! Le orche!

Corro a perdifiato verso il mirador, giusto in tempo per vedere le pinne dorsali sparire in lontananza.

C’è un’atmosfera di palpabile eccitazione tra i presenti, turisti da ogni parte del mondo e rangers: le orche sono tre, e sono appena apparse.

Probabilmente rimarranno a caccia di otarie per tutto il pomeriggio!

Difatti dopo un quarto d’ora riappaiono, una famigliola al completo, ed incrociano straordinariamente vicino alla riva.

Sono addirittura sopraffatto dall’emozione: uno dei sogni della mia vita, vedere questi stupendi animali in libertà, si è appena avverato.

Meraviglioso. Fantastico. Con un gruppo di spagnoli ci alterniamo tra binocoli e teleobiettivi mentre le orche continuano a perlustrare la costa, allontanandosi gradualmente verso sud. Alla fine le sagome scure della pinne dorsali non si riconoscono più nel mare plumbeo. Game over.

Rientro a Puerto Piramides decisamente stanco ma incredibilmente soddisfatto: che giornata!

Per festeggiare mi concedo una cena ala ristorante: dopo molte incertezze scelgo “Las Ballenas”, annesso all’avistaje di Tito Bottazzi.

Manco a dirlo il proprietario è di genitori friulani e nonostante l’italiano zoppicante si rivela una miniera di notizie sulla fauna locale mentre attendo di fare la conoscenza con la famosa carne argentina. Quando arriva il monumentale “Bife de Chorizo” quasi mi spavento: nonostante la colazione frugale ed il pranzo saltato fatico a finirlo. Chiedo il conto: 25 AR$, meno di 8€! Non oso pensare un bisteccone simile in Italia cosa mi sarebbe costato!

Ritorno alla civiltà

Notte con pioggia e vento: al mattino mi tocca smontare ed arrotolare una tenda umida ed appiccicosa tra un piovasco e l’altro. Nella nebbia saluto Puerto Piramides e guido fino alla loberia a cinque chilometri dal villaggio: si tratta di un promontorio con una scogliera a picco dalla quale si ammira la sottostante piccola colonia di leoni marini con contorno di gabbiani assortiti. La cosa notevole è la posizione dominante, che nella stagione favorevole permette l’avvistamento di cetacei nel mare antistante. Un cartello nella guarderia informa però che l’ultima balena franca è stata avvistata il 21 Dicembre. Ora faccio rotta per Puerto Madryn: dopo una infruttuosa sosta a Isla de los Pajaros dove avvisto numerosi fenicotteri a grande distanza (sarebbe meglio capitarci con l’alta marea, ma non ho tempo di aspettare 4 ore) esco finalmente dal Parque Nacional a ritrovare l’asfalto. A Madryn approfitto della mollezze della civiltà moderna: scarico su CD le foto, vado in banca, faccio un po’ di spesa, trovo un campeggio (Automobil Club Argentino) di stile e comfort europeo. Al pomeriggio seguo la strada costiera verso il deserto sud: mi attendono l’ennesima colonia di lobos (nel frattempo sono tornati sole e vento, e scatto molte foto) ed un paesaggio da film western, con aride mesetas di arenaria bianca.

Una strana forma sulla spiaggia attira la mia attenzione: sembra un gigantesco straccio color cioccolato abbandonato sulla battigia. Mi avvicino, e sono assalito da un fetore di decomposuzione. Non mi sono sbagliato: è una carcassa di balena spiaggiata e disossata. Tutto ciò che era interessante è stato prelevato (carne ed ossa) e la pelle gommosa rimane a seccare al vento ed al sole.

Cena a scatolette, e a nanna presto: domani ci sono i pinguini di Punta Tombo ed il volo per Ushuaia!

Lost in Space

Naturalmente, visto che prevedo di non utilizzare la tenda per alcuni giorni, mi tocca ancora di arrotolarla bagnata: anche stanotte è piovuto.

Partenza, pieno e via verso sud: da Puerto Madryn si arriva alla mitica Ruta Nacional 3 si torna a Trelew (dove mi perdo clamorosamente) e poi ancora a sud fin a quando si abbandona l’asfalto per prendere la Ruta 1, più costiera ed infine deviare verso Punta Tombo. Totale 220 km tra andata e ritorno.

Il problema è che la deviazione per la Ruta 1 non si trova. Procedo, procedo, e ancora procedo sulla 3 ma nemmeno lo straccio di un cartello, un’indicazione stradale, niente. Comincio a preoccuparmi, poi continuo a preoccuparmi, poi medito il rientro a Trelew, quando sulla destra vedo uno sbarramento di cavalletti ed un cartello che dice più o meno “lavori in corso sul collegamento Ruta 1-Ruta 3, vietato l’accesso.” Adesso mi tocca rientrare a Trelew, e prendere la 1, tutta sterrata, da lì?

Giammai! Di fianco ai cavalletti ci sono tracce di pneumatici: decido arbitrariamente che sono tracce di veicoli che entrano nella zona vietata, e che quindi posso farlo anch’io. Effettivamente stanno sistemando la strada: per i primi km il ripio è bellissimo, appena rifatto, ma poi mi tocca di uscire e prendere una pista di servizio parallela al cantiere.

Vi lascio immaginare lo stato di una strada di servizio al cantiere per la costruzione di una sterrata! Oltretutto sono solo soletto: da almeno mezz’ora non vedo anima viva. In lontananza all’improvviso una nube di polvere: un veicolo in direzione opposta. Mi fermo, scendo, e comincio a sbracciarmi.

E’ un’autobotte, ed improvvisamente mi viene in mente il mitico film Duel. Sono in mezzo al deserto, non c’è anima viva, ed un’autobotte mi si avvicina: questo prende la mira e mi investe, lo sento. Invece si ferma: la notizia che sto andando a Tombo lo riempie di ilarità, ma mi conferma che la strada è giusta!

Rinfrancato procedo “in the middle of nowhere” fino ad incrociare la Ruta 1 e tirare un sospiro di sollievo: almeno qui una macchina ogni tanto passa.

Dopo oltre tre ore d’auto arrivo alla pinguinera, solito ticket da 20 AR$ e raccomandazione del ranger: attenzione ai pinguini che attraversano la strada.

Già perché la pinguinera, che ospita da 800.000 a 1.200.000 pinguini di Magellano, non solo si sviluppa per alcuni chilometri di lunghezza su questa lingua di basse rocce protese nell’Atlantico, ma occupa anche circa un km di profondità nell’entroterra, perché non tutti i pinguini riescono a costruirsi un nido “vista mare”.

Apparentemente imperturbabili i pinguini si dedicano alle faccende quotidiane (dormire e spulciarsi) ed alla vita sociale (ragliare e litigare col vicino di nido) mostrando nei confronti degli umani un atteggiamento di sussiegosa indifferenza.

In questo periodo gli immaturi sono quasi pronti ad avventurarsi da soli nell’oceano: sono stati nutriti dagli infaticabili genitori tanto da essere parecchio più grassi degli adulti e stanno perdendo il piumino dell’infanzia per assumere l’aspetto della maturità. In alcune zone si cammina letteralmente su uno spesso strato di piume grigiastre. Devo dire che l’aspetto di questi grassi pinguini mezzi spennati e pigramente sdraiati sulla pancia è semplicemente esilarante.

Mi godo lo spettacolo per quasi quattro ore (per gli appassionati di birdwatching il posto è magico: non solo pinguini, ma gabbiani australi, sterne, procellarie, ed i maestosi albatri che sfiorano le onde con il loro tipico volo ad ali rigide).

Verso l’1:30 decido di partire: altra mazzata di ripio (stavolta per carità di patria non sfido il cantiere, ma questo significa arrivare a Trelew senza neanche vedere l’asfalto). In città approfitto dell’anticipo per fermarmi ad un locutorio ed affidarmi alla guida Lonely Planet per cercare un albergo a Ushuaia: incredibilmente al primo colpo la Posada Costa Serena mi riserva una camera doppia ad uso singolo, senza bagno privato, ma a solo 80 AR$ compresa colazione. All’aeroporto Maximo prende in consegna il suo catorcio e facciamo i conti: 1100 chilometri in 4 giorni!

Mi tocca farmi addebitare il chilometraggio extra, ma pagando in dollaroni sonanti anziché con VISA scrocco un 10% di sconto: totale 180 US$.

Il volo è tranquillo, e spettacolare l’atterraggio a Ushuaia verso le 21: il cielo colorato dal tramonto, le acque del Canale di Beagle in cui si riflettono lontane cime incappucciate di neve….magico! Con soli 7 AR$ (arrotondati a 10 con la mancia) un taxi mi porta all’albergo. Il proprietario, Carlos, mi accompagna alla mia camera: sono in cima ad una casetta a tre piani, in una stanzetta sotto il tetto che prende luce da un graziosissimo abbaino affacciato sul tramonto.

Doccia e nanna? No, è ancora presto; prendo il cavalletto ed esco a fotografare uno dei landmark di Ushuaia: il vecchio rimorchiatore artisticamente incagliato in fondo al porto turistico ed opportunamente illuminato. Ogni tanto un rumoroso respiro ed un’increspatura nell’acqua tranquilla mi rivelano la presenza di una foca curiosa. Cena in scatola e sotto le coperte!

Fin del Mundo…

Sveglia antelucana, giro al porto per fotografare il sorgere del sole, rientro alla posada per una colazione abbondante (la posada fornisce il materiale per una colazione super, ma il the o il caffè sono DIY nella cucina a disposizione degli ospiti).

Carlos e Viviana, i proprietari, mi consigliano di andare al Parque Nacional Tierra del Fuego cha dista una dozzina di chilometri, con una delle compagnie di minibus che effettuano servizio taxi dal lungomare.

Alle 9:30 sono davanti al pulmino marcato Passerella, che offre per 25 AR$ andata e ritorno dal centro del parco con servizio ogni ora fono alla 20:00.

Al cancello di ingresso parco (20 AR$) scopro la nazionalità dei miei compagni di viaggio: un danese, un’inglese, una olandese ed uno spagnolo. Gli ultimi due hanno in mente il mio stesso itinerario: decidiamo su consiglio dell’autista di camminare insieme.

Il parco è una grande foresta di faggi, nelle specie australi lenga e nirre, affacciata su una baia riparata sul canale Beagle (Baia Lapataia) e attraversata dal Lago Roca, dove c’è un bel campeggio ben attrezzato. Solo una piccola parte è ricreativa, cioè visitabile liberamente: il grosso è invece vietato ai non accompagnati da guide ed alcune zone particolarmente sensibili sono accessibili solo a biologi autorizzati. Il tempo volge rapidamente al bello, e sotto un cielo azzurrissimo ci mettiamo in marcia lungo un bel sentiero verso l’estremità sud della zona aperta al pubblico, il mirador di Baia Lapataia. Qui si trova il famoso cartello che indica il capolinea della RN 3 che percorre l’Argentina da cima a fondo, la famosa Fin del Mundo.

L’atmosfera è addirittura idilliaca, il panorama magnifico, i coniglietti zampettano sull’erba che pare verniciata tanto è verde. Decido di fare il pieno di relax.

Anche l’immancabile bus di turisti è un fastidio solo temporaneo: dopo pochi minuti, scattate le foto di rito, ripartono in una nuvola di polvere lasciandoci a godere la vista straordinaria del Canale Beagle e delle cime ammantate di neve dell’Isla Navarino.

Ora facciamo rotta a nord, e visitiamo la prima castorera (i castori, introdotti dal nordamerica ed allevati per la pelliccia, ora sono una vera calamità: senza predatori in grado di tenerne il numero sotto controllo stanno devastando la foresta australe con i loro laghetti artificiali che uccidono le piante autoctone aprendo terribili ferite nel bosco). I roditori, attivi solo di notte, non sono visibili, ma è invece impressionante la vista della diga di rami e degli alberi morti che alzano i tronchi spogli come scheletri sopra le acque calme del laghetto. Camminiamo verso Laguna Negra e poi ci incamminiamo prima verso il centro visitatori del parco e poi verso il Lago Roca, dove di attende la confiteria del camping con le sue invitanti torte al cioccolato. I miei amici decidono di proseguire lungo il lago Roca fino al confine cileno su un sentiero pianeggiante, io invece sono colto dal trip di salire sul Cerro Guanaco, una facile montagna a due ore e 700 metri di dislivello dal camping. Il problema sarà tornare in tempo per l’ultimo taxi!

Fortunatamente riesco ad aggregarmi ad un gruppo di svizzeri che ha in programma, visto il bel tempo, di salire in cima e perrnottare là: il sentiero non è difficile ma decisamente faticoso ed avere compagnia non guasta.

Purtroppo non riesco a raggiungere la cima: alla fine del tratto più ripido, quando si esce dal bosco e comincia la facile ascesa verso la vetta mi accorgo che sono le 18:30. Troppo tardi per salire e scendere al campeggio prima delle otto!

Oltretutto, dopo 9 ore di camminata, sono decisamente bollito: per di più nella fretta di uscire dall’albergo non ho svuotato bene lo zaino, ed ora mi ritrovo un inutile zavorra che comprende libri, piatti e biancheria! In compenso, a coronamento di una giornata di birdwatching eccezionale, sulla via del rientro avvisto una coppia di grossi picchi di Magellano che tambureggiano (flemmaticamente in verità) sui tronchi dei lengas: peccato sia troppo buio per fare delle foto decenti!

Ritrovo i miei compagni di camminata alle prese con una monumentale torta al cioccolato: mi aggrego ed attendiamo il taxi delle otto ammirando i rapaci (credo si chiamino cachacas) che popolano la foresta e si lasciano avvicinare quasi come i piccioni nostrani. Alla sera, ad Ushuaia, decido di provare il “brivido” della parrilla: mi accomodo a “La Rueda” dove con 28 AR$ + bevande ho diritto al “tenedor libre” cioè a mangiare tutto quello che riesco!

Dopo la giornata che ho passato vi garantisco che faccio quattro giri al BBQ: prima agnello e poi manzo, pollo e salsicce!

…Principio de la Vida:

Oggi ancora Parque Nacional: stavolta con gli stessi compagni di ieri esploreremo la parte occidentale dell’area ricreativa.

Cominciamo con le cosiddette cascate do Rio Pipo: in verità solo delle rapide come ne troviamo su qualsiasi torrente alpino. Poi, dopo avere immortalato il passaggio del treno a vapore del Ferrocarril Fuegino (un trenino a vapore che procede poco più che a passo d’uomo su una ferrovia a scartamento ridottissimo), decidiamo di prendere il sentiero di Pampa Alta, che ci porta su un’altura discretamente panoramica dopo una salita nel fitto bosco.

Scendiamo a ritrovare la RN 3 fino ad incrociare la Senda Costera, che ci porterà, dopo parecchie ore di faticosi saliscendi in riva al mare ancora al centro visitatori e da qui ancora al Lago Roca. Il tempo pur non essendo splendido come ieri è ancora favorevolissimo, tanto che stiamo tranquillamente in maniche di camicia.

Tenendo conto che a 1000 km da qui comincia l’Antartide non c’è da lamentarsi! Visto che anche oggi ci siamo sciroppati una quindicina di chilometri di sentieri molto più accidentati di quanto non apparisse dalle cartine decidiamo di prendercela comoda e di rientrare col pulmino delle 19:00.

Cena ancora alla Rueda, anche se poi mi pentirò di non essere andato in un ristorante serio ad assaggiare la centolla, il granchio reale ( dal corpo grosso come un piatto) che qui si può gustare letteralmente in tutte le salse.

Catamarani e seggiovie

Il mio ultimo giorno a Ushuaia si presenta con un problema logistico: come sfruttare al meglio il tempo rimasto senza passare la giornata su qualche autobus? Alla fine decido di fare l’immancabile giro in barca sul canale Beagle per vedere l’immancabile loberia, delle belle colonie di uccelli marini ed il solitario faro piazzato su uno dei molti scogli che affollano il canale. Il giro è disponibile in due versioni, da tre e da cinque ore, ed io decido per la più breve, in modo da avere tempo al pomeriggio per fare un giro sul Glaciar Martial che sovrasta la città. Entro i limiti propri di queste trappole per turisti la navigazione è molto piacevole, anche se forse saranno i soliti birdwatchers a godersela di più: in particolare si avvistano a distanza ravvicinata skua, procellarie, albatros, cormorani. Addirittura riconosco appollaiato su uno scoglio in mezzo al mare un’avvoltoio dalla tipica testa glabra e dal becco adunco. La loberia ha una caratteristica particolare: ospita infatti due specie distinte di leoni marini, vale a dire il lobo marino de un pelo che già ho visto molte volte,e d il più raro lobo marino de dos pelos, più piccolo, dal muso affilato e coperto di una pelliccia più lunga e folta. Purtroppo il giro corto non prevede l’estensione alla colonia di pinguini dove si possono avvistare, oltre ai “soliti” Magellanes, anche altre specie di pinguini tipicamente antartici. Verso l’una sono di nuovo sulla terraferma: il tempo di ritirare in lavanderia un pò di biancheria e poi prendo, in compagnia di un ragazzo francese, un taxi per il ghiacciaio Martial, a pochi chilometri dal porto. Giusto per essere l’eccezione che conferma la regola, in Argentina riesco a trovare qualcosa troppo caro: la seggiovia che porta in quota costa 15 AR$, una cifra sproporzionata all’impianto che per gli standard italiani è assolutamente obsoleto.

Comunque, arrivato “in alto” (a non più di 800 metri di quota) prendo prima il sentiero che conduce al punto panoramico sulla sottostante città e poi la ripida traccia che porta al fronde del piccolo ghiacciaio.

Tutto sommato nulla di entusiasmante per chi conosce i ghiacciai alpini. In compenso al ritorno mi fermo in una graziosissima pasticceria poco sotto la stazione della seggiovia per una ben meritata cioccolata calda: il tempo è variabile, ma il famoso vento della terra del fuoco soffia freddo ed incessante. Alla sera safari fotografico per le vie di Ushuaia e cena in camera, a scatolette: ne ho un paio nello zaino e le faccio fuori giusto per svuotarlo.

La pampa

Dopo una notte piovosa mi ritrovo, come direbbero nei viaggi organizzati, una “mattinata libera”: il check-in all’aeroporto è alle 12.

Ne approfitto per fare ordine nelle mie cose, ritirare le mie cose dalla lavanderia dietro l’angolo, andare a zonzo per Ushuaia a caccia di souvenir e casette colorate da fotografare. Poi taxi per l’aeroporto, imbarco (con un’ora di ritardo), e bye-bye Tierra del Fuego! Stranamente rifiutano il mio solito trolley come bagaglio a mano e mi obbligano a spedirlo in stiva: speriamo in bene…

La prossima tappa è El Calafate, capitale dei ghiacciai argentini, dove si arriva dopo nemmeno due ore di volo. Dopo le verdi ed umide montagne della Terra del Fuoco il paesaggio muta rapidamente in un deserto brullo ed arido, punteggiato di arbusti ed incredibilmente percorso da numerosi fiumi verdissimi ed impetuosi.

Per motivi misteriosi il nuovissimo aeroporto di El Calafate è stato costruito nel bel mezzo del nulla assoluto… a trenta chilometri dalla città, in riva allo sconfinato Lago Argentino.

L’unico mezzo per arrivarci è il taxi: mi aggrego a tre tedeschi (che studiano spagnolo a Buenos Aires) per dividere la spesa di 30 AR$: loro si disperdono in un paio di ostelli, io che voglio invece campeggiare su consiglio dell’autista finisco a El Arrojo. Si tratta di una bassa casa in periferia (uhm…lo sarebbe almeno se El Calafate avesse un centro) che funziona fondamentalmente da ostello con servizi molto approssimativi ed un giardinetto nel quale si affollano una dozzina di tende a contatto di gomito.

Vincerà a mani basse il premio per la peggiore sistemazione della vacanza. El Calafate è composta principalmente da negozi di souvenir, agenzie di viaggio che organizzano spedizioni al vicino Parque Nacional de los Glaciares (difficoltà assortite da “tour guidato in barca” a “progressione su ghiaccio e piolet-traction”), negozi di attrezzatura da escursionismo. Facilissimo distinguere i locali dai turisti: questi ultimi hanno tutti gli scarponcini da trekking e lo zaino! Entro da Chalten Travel, e prenoto una combinazione che prevede tour in bus al ghiacciaio Perito Moreno (dalle 7 del mattino alle 5 del pomeriggio), trasferimento ad El Chalten (compreso biglietto di ritorno) alle 18:30, un pernottamento in albergo ad El Chalten (dove dovremmo arrivare verso le 23) per circa 180 AR$.

Ottimo! Così riuscirò a sfruttare completamente la giornata di domani e di fatto a guadagnare un giorno rispetto alla tabella di marcia!

Noioso invece scoprire che la tessera telefonica prepagata in questo distretto non è utilizzabile. Spesa al supermercato e cena in tenda: nonostante la forzata vicinanza gli altri campeggiatori non disturbano il mio sonno. In compenso il vento freddo mi costringe ad inaugurare il sacco a pelo.

Un giorno in bus

Dopo una preoccupata attesa davanti al campeggio (la tipa di Chalten Travel si è dimenticata di dirmi che il bus “delle 7” alle 7 si limita a cominciare il giro di alberghi ed ostelli per raccattare i turisti: da me arrivano alle 8 meno un quarto) si parte per il grande ghiacciaio, a 80 km di asfalto dalla città. L’atmosfera inevitabilmente è quella professionale ed asettica della gite turistiche preconfezionate: la guida ripete a macchinetta il discorsetto standard, nel solito posto ci si ferma a fare le solite foto…intanto io avvisto dal finestrino un’aquila appollaiata in riva al lago. Mannaggia, se avessi l’auto a noleggio!

In compenso il Perito Moreno è uno spettacolo indimenticabile: le fotografie non possono riuscire a dare che un’idea della maestosità di questo spettacolo.

Un muro di ghiaccio, alto come un palazzo di quindici piani, si eleva improvvisamente sopra il lago, ostruendo completamente il fluire dell’acqua.

La diga di ghiaccio forma così un dislivello tra i due tronconi del lago che al momento della mia visita arrivava a circa otto metri, ed il livello a monte naturalmente sale in continuazione finché la pressione dell’acqua frantuma il ghiaccio e distrugge la diga naturale.

La ruptura si era verificata l’ultima volta nel 2002, e di nuovo poche settimane dopo la mia visita. Il ghiacciaio (che in realtà è solo una piccola lingua del gigantesco Hielo Continental Sur) si estende a perdita d’occhio verso monte, con pendenza modesta ma totalmente seraccato. L’impressione di un fiume di ghiaccio è confermata dai continui scricchiolii e gemiti che provengono dal fronte, e soprattutto dagli spettacolari crolli di intere porzioni che precipitano fragorosamente nel lago accompagnati dagli “Oooh” del numeroso pubblico.

Altra caratteristica particolare è l’intenso colore azzurro del ghiaccio, colore dovuto all’estrema purezza dell’acqua che lo costituisce. Si calcola che, nonostante il ghiacciaio si muova a circa due metri al giorno, siano necessari 300 anni perché un fiocco di neve caduto al centro dello Hielo Continental raggiunga uno dei laghi.

Il bus ci porta all’imbarcadero del catamarano che porta a vedere da “quasi” vicino il fronte, poi sempre seguendo la guida, si cammina lungo la riva fino alle passerelle panoramiche affacciate sul punto in cui il Perito Moreno blocca completamente il Lago Argentino. Poco sopra c’è il classico baretto, subito assalito da torme di turisti affamati.

Il tempo è naturalmente freddo ed immancabilmente ventoso, con le nuvole che scorrendo velocissime sul lago sembrano sempre promettere una schiarita. In realtà nel pomeriggio spunta una fugace occhiata di sole, giusto il tempo di quattro foto. Verso le 16 appello, contrappello, e tutti a bordo.

Rientrato al camping ho giusto il tempo di smontare la tenda e comprare qualcosa da sgranocchiare prima di salire sul bus per El Chalten.

Ritrovo uno dei tedeschi di ieri: ci mettiamo a chiacchierare e lui si dice preoccupato per la situazione politica tedesca (si deve preoccupare un tedesco? E noi allora? Ma mi faccia il piacere!).

La strada è solo parzialmente asfaltata e dopo una sosta al bar della Estancia La Leona (un posto che mi permette di aggiornare il mio personale record di “in culo al mondo”) arriviamo nell’oscurità assoluta a vedere delle luci in lontananza: dopo quattro ore di viaggio siamo ad El Chalten.

Scopro così che la “notte in albergo” era in realtà in un ostello, il Rancho Grande, capolinea della Chalten Travel.

Poco male: l’ambiente è comunque pulito e ragionevolmente tranquillo.

Trekking!

Alla luce del sole El Chalten (il nome è quello dei nativi per il Fitz Roy che se non fosse nascosto dalle nuvole dovrebbe già da qui vedersi) si rivela per un pugno di case di lamiera dipinte a colori vivaci sparpagliare alla confluenza di due fiumi. Oltre a qualche ufficio pubblico (c’è la casetta della polizia, quella delle poste, quella del giudice di pace…) si trovano negozi di articoli per alpinismo, ristorantini e ben tre minimarket.

Faccio la spesa, preparo lo zaino (argh, quanto pesa!), lascio il trolley in custodia all’ostello (4 AR$ al giorno) e mi incammino per il mitico Cerro Torre.

La prima parte del sentiero è decisamente in salita, poi si entra nel bosco e si costeggia il Rio Fitz Roy fino al Campamento De Agostini con pendenza minime (quasi quattro ore ad andatura da lumaca, con zaino oversize e frequenti soste fotografiche)

Già da qui dovrei vedere la magica guglia di granito del Cerro Torre, ma il cielo è coperto ed il vento che mi soffia contro sembra portare sempre nuove nuvole attorno alla montagna. Decido di montare la tenda abbastanza vicino al torrente, dove riempio la borraccia (l’acqua dei fiumi è dappertutto potabile, anche se quella del Rio Fitz Roy è poco invitante per il colore lattiginoso), poi vado in esplorazione della morena che circonda la Laguna Torre. Il picco si indovina a malapena tra le nuvole mentre il vento fortissimo spinge piccoli iceberg ad arenarsi ai miei piedi. Un fotografo argentino si mostra fiducioso: “appuntamento alle sei e mezza per vedere l’alba sul Cerro Torre” mi assicura. Speriamo in bene!

Le montagne più belle del mondo

Dopo una notte tranquilla mi sveglio verso le sei. Certo che fuori dal sacco a pelo fa un bel freddino! Quasi quasi resto in tenda ancora un po’…e poi con il vento che continua a soffiare…sono quasi le sette quando mi arrischio a mettere la testa fuori dalla tenda.

E mi casca la mascella per terra. Il Cerro Torre è lì, perfetto nella sua silhouette impossibile, incredibilmente rosso dei raggi dell’alba, immensamente affascinante.

Il tempo di infilare scarponi e goretex e corro verso la Laguna Torre.

Non sono l’unico ad essere contagiato dalla febbre fotografica: il campamento ferve di attività, con escursionisti ed alpinisti che si affrettanoerso il mirador.

Io mentre mi avvicino alla morena scatto, scatto e scatto ancora: voglio immortalare la visione magica nel timore che svanisca davanti ai miei occhi.

Ormai sulla riva del gelido laghetto si è radunata una piccola folla poliglotta: ci fotografiamo a vicenda, e ci tiriamo pacche sulle spalle, come se avessimo vinto alla lotteria.

Effettivamente uno scalatore cileno mi dice di essere al campamento da quattro giorni e di essere riuscito solo ora a vedere la guglia del Torre.

Trovo l’argentino che aveva previsto la bella giornata:“Tu es un brujo!” gli dico. Lui scoppia a ridere poi mi invita a seguirlo su per la morena verso il Mirador Maestri. Il sentiero è appena accennato, ma la vista del Torre sempre più vicino ci ripaga abbondantemente dello sforzo: le nuvole che si rincorrono alle nostre spalle disegnano sulle pareti verticali strisce di luce ed ombra, di rosso e di grigio. Indimenticabile. Dopo avere visto le orche ora ammiro il Cerro Torre all’alba.

Un altro dei miei sogni di fuggitivi si è appena realizzato. Riesco solo a pensare “Che culo!”.

Non vorrei staccarmi più dal panorama, ma alla fine lo stomaco mi avverte che nella fretta ho dimenticato di fare colazione.

Rientro in tenda con un occhio al sentiero ed uno alla montagna. E’ quasi mezzogiorno quando mi carico lo zainone in spalla e comincio il trasferimento verso il Campamento Poincenot, ai piedi del Fitz Roy. Il sentiero Madre e Hija prima sale piuttosto decisamente nel bosco fino ai laghetti omonimi, poi costeggiandoli porta al raccordo con la pista principale che viene direttamente da El Chalten. Da qui all’accampamento, situato sulle rive di un torrentello, solo pochi minuti di cammino.

Durante il percorso comincia a spuntare l’inconfondibile sihouette del Fitz Roy e dei suoi satelliti, che dal Campamento Poincenot sono perfettamente visibili. Il tempo però non è limpido come in mattinata, e la cima è spesso coperta.

Punto la sveglia alle cinque: se riesco a beccare un’altra alba come quella di oggi è obbligatorio godersela dalla Laguna de los Tres, qualche centinaio di metri (di dislivello) dal campeggio.

Attorno al Fitz Roy

La sveglia non serve: alle cinque sono sveglio ed infreddolito, mi chiedo se che nonostante il buio pesto possa farcela a trovare il sentiero.

In lontananza infatti vedo agitarsi sulla montagna brevi serie di punti luminosi: sono i temerari che vogliono godersi il sorgere del sole dal belvedere sul Firz Roy e sono partiti in piena notte. Nel cielo nemmeno una stella: questo mi convince definitivamente che non ci sarà nessuna alba da ammirare. Me ne torno al calduccio del sacco a pelo. Quando riemergo sono le sei, ed il cielo seppure plumbeo è sufficientemente luminoso per permettermi di salire senza problemi il ripido e faticoso sentiero per la Laguna de los Tres. Anche se coperto e naturalmente ventoso il laghetto glaciale offre una vista favolosa sul massiccio del Fitz Roy e sulla elegante guglia del Cerro Poincenot, sgombre di nubi. La visibilità è tanto buona che in compagnia di una coppia di australiani avvisto prima una serie di tracce sul ghiacciaio poi una cordata di tre alpinisti impegnati alla base del Poincenot.

Scatto a ripetizione, ma mi rendo conto che le fotografie non saranno mai in grado di dare l’idea della maestosità del panorama che ho davanti.

L’altimetro segna 1100 metri di quota: ciò significa che da qui ci sono più di due chilometri di dislivello su roccia liscia e praticamente verticale per raggiungere la vetta.

E’ solo nel primo pomeriggio che scendo al mio campo base personale. Per finire il giro del gruppo del Fitz Roy manca un altro punto panoramico, la Laguna Piedras Blancas. Bisogna scendere un tratto del Rio Blanco fino ad incrociare un sentiero sulla sinistra che risale al laghetto morenico. Sfortunatamente la traccia che prendo io sale per un pezzo e poi si perde nel nulla in mezzo alla vegetazione. Di scendere e cercare il sentiero giusto proprio non ho voglia: insisto in salita sul pendio verdeggiante fino ad arrivare dove i fitti cespugli di lengas finiscono bruscamente: è la morena di Pedras Blancas, finalmente.

Il lago, verdissimo, è profondamente incastonato tra la morena ed il granito, con un imponente ghiacciaio sospeso da cui ogni tanto si staccano blocchi di ghiaccio che si schiantano nelle acque sottostanti.

Solo gli interminabili secondi impiegati dal ghiaccio a cadere riescono a dare l’idea delle dimensioni in gioco: stimo che la parete verticale ed il ghiacciaio formino un muro di almeno 500 metri. Sopra, adesso occultato nella foschia, il Fitz Roy è una presenza impalpabile. Ho poi in programma la Laguna Sucia, un altro punto panoramico sul Fitz Roy, su un sentiero pianeggiante che però ad un certo punto pare preveda un passaggio non elementare, almeno secondo i miei vicini di tenda.

Per questo i guardaparque non incoraggiano particolarmente l’escursione, tanto che non ci sono le solite esaurienti indicazioni che dappertutto informano di direzioni e tempi di percorrenza. Provando e riprovando riesco a risalire il Rio Blanco (dove mi aggrego ad un ragazzo israeliano), a traversarlo su un ponte di fortuna…e ad arenarmi di fronte ad un colossale masso erratico che sbarra il sentiero.

Si vede chiaramente che tragitto dovrei fare per oltrepassarlo, ma ora pioviggina e sulla roccia umida (per di più con macchina fotografica obiettivi e treppiede al seguito) decido di non fidarmi delle mie doti di equilibrista: oltretutto il mio compagno di spedizione pare più imbranato di me…

Missione fallita!

Mi consolo con l’avvistamento di un lontano condor che veleggia maestoso, e rapidamente senza nemmeno muovere una penna scompare altissimo dietro i monti.

Ancora glaciares

La giornata si preannuncia solo parzialmente nuvolosa, ma il Fitz Roy è ancora completamente incappucciato di nuvole.

Il vento che spira quasi sempre da Ovest è infatti molto freddo e secco, avendo attraversato centinaia di chilometri di Hielo Continental. Quando incontra le pareti dei monti più alti si forma un mulinello che risucchia dal basso e da Est aria più calda ed umida.

Infatti si può notare che mentre il vento in quota è occidentale a terra soffia in senso contrario.

L’aria “calda” ed umida risalendo lungo le pareti verticali del Fitz Roy si raffredda e l’umidità si condensa formando le antipatiche nuvole che tanto spesso nascondono le cime. E’ facile infatti che anche in giornate serene si veda una vera e propria scia di nubi che nasce proprio dal Fitz Roy e si prolunga verso Est: questo peraltro spiega il nome locale della montagna, Chalten, che significa suppergiù “vulcano”.

Ritrovo gli australiani di ieri, e ci scambiamo un po’ di dritte sui sentieri da prendere: mi spiegano che si può facilmente arrivare a Laguna Sucia oltrepassando l’erratico che mi ha bloccato ieri per mezzo di un sentiero nascosto tra i rami che scavalca il masso senza bisogno di arrampicare.

A questo punto, visto anche che il tempo sempre mutevole ora volge al bello, decido di riprovare.

Infatti, giunto al punto di stallo di ieri, noto che effettivamente una traccia piuttosto evidente sale alle spalle dell’erratico senza eccessive difficoltà.

In compenso il tratto successivo è impegnativo, trattandosi di una frana giovane ed i blocchi di granito sono ancora potenzialmente instabili.

La Laguna Sucia è per molti aspetti simile alla Laguna Piedras Blancas, solo ancora più impressionante: la nera parete di fronte si vede dal basso in una prospettiva spettacolare, ed ancora più catastrofiche sono le cadute di blocchi dal ghiacciaio soprastante. Il Fitz è invisibile, ma il Poincenot svetta con i suoi 2000 metri di verticalità sopra il lago.

Il vento gelido che mi soffia alle spalle ora è così forte che fatico a reggermi in piedi: per fotografare sono costretto a ripararmi dietro un masso.

Spesso però le nuvole si aprono a sufficienza perché il sole illumini di un’incredibile verde smeraldo la laguna, che forma un contrasto sorprendente con la nerissima roccia della parete a monte e con il bianco-azzurro del ghiacciaio.

Un’altra visione magica, ma per la prima volta dall’inizio della vacanza ho avuto veramente freddo.

Al ritorno, verso le 11, con calma smonto e mi metto in marcia verso Laguna Capri, un altro punto panoramico sulla via per El Chalten: si tratta di un grazioso laghetto sulle cui spiaggette si affaccia un campeggio (o meglio un accampamento) autorizzato.

Per fortuna le piante offrono un certo riparo dalle raffiche violentissime.

La vista sul gruppo del Fitz Roy che si specchia nelle acque blu intenso è, nuvole permettendo, uno spettacolo da cartolina.

Al pomeriggio, approfittando del sole che ha decisamente preso in sopravvento sulle nuvole, mi infilo le infradito, vado alla spiaggetta e mi stravacco beatamente. Relax! Alla sera ceno con tutto quello che mi resta dei viveri: mezzo pacchetto di wafer ed acqua del lago.

Faccio bene a riposare al pomeriggio, perché alla sera ai tedeschi delle tende accanto arriva un cospicuo rifornimento di birra: la cantata fino alle ore piccole è inevitabile e catastrofica.

Verso casa:

Oggi tiro tardi, visto che il programma prevede solo un paio di ore di trasferimento, fino ad El Chalten. Il vento è sempre fortissimo e spinge fino al campeggio la pioggia di nuvole parecchio lontane, perché il cielo sopra di me è decisamente azzurro. Un piacevole risultato di questa curiosa situazione meteorologica combinata con il sole ancora molto basso sull’orizzonte è il formarsi di un’incredibile arcobaleno, che parte proprio ai piedi del Fitz Roy (naturalmente solo immaginabile tra le solite nuvole) e si completa sul monte che mi nasconde la vista del Cerro Torre.

Salgo sulla collinetta che sovrasta le tende e scatto a raffica: solo in questo momento mi accorgo che a furia di cambiare obiettivo in ambiento ventosi e polverosi si è depositato qualche granello di polvere sul sensore della mia Eos.

Questo significa un gran numero di foto da correggere pazientemente, una ad una, con photoshop!

Perseguitato dalle raffiche sempre più forti piego per l’ultima volta la tenda e comincio senza fretta (e senza colazione) la discesa per El Chalten, dove arrivo verso mezzogiorno. Prendo possesso di un letto in camerata all’ostello Rancho Grande (il vento ora è terribile, e mi fa passare qualsiasi velleità di montare la tende presso uno dei due campeggi del villaggio) e dopo una meritata doccia passo il pomeriggio a caccia di souvenir nei negozietti del paese e a caccia di inquadrature tra le casette coloratissime.

Alla sera, avendo finito in contanti (all’ostello cambiano gli euro a 3,20 ma ho solo pezzi da 50 e non mi conviene visto che ormai è quasi tutto pagato) mi trovo un ristorantino che prende Visa e lì mi rifaccio della dieta forzata. Prima una milanesa con contorno che ha dimensioni bibliche, poi visto che lo spazio non manca ci aggiungo una pizza. La spesa si aggira intorno ai 50 AR$. Vado a letto presto, visto che domani il bus per El Calafate parte alle 6:30.

Hasta Luego, Patagonia!

Dormo male: la finestra è sigillata, e quattro persone in una cameretta vogliono dire aria esageratamente viziata per uno che ha passato le ultime notti in tenda.

Così alle 5:30 sono in piedi, ed ho tutto il tempo di fare colazione con calma prima del bus, che parte puntuale nell’oscurità.

El Chalten mi fa un ultimo regalo: illuminata dai fari una lepre della Patagonia, o mara, precede il bus per parecchi secondi prima di scomparire. E’ una specie a rischio a causa dell’introduzione dei più prolifici conigli europei che beneficiano anche della rarefazione dei predatori locali, per cui non è facilissimo avvistarla.

Arriva l’alba: cerco inutilmente di individuare per un ultimo addio il Fitz ed il Torre tra le onnipresenti nuvole che li circondano.

Il cielo ora è azzurrissimo e disegnato di riccioli chiari dai cirri che ad alta quota attraversano la pianura arida.

Alle 10:30 sono all’aeroporto (è necessario richiedere espressamente alla partenza di essere lasciati lì, perché altrimenti il bus va diretto a El Calafate).

Ed il resto è normale tran tran aeroportuale con una sola eccezione: il volo per Buenos Aires non è diretto ma fa scalo a Ushuaia, così ho l’occasione di salutare la Fin del Mundo. Dall’aereo la vista si spinge a sud verso l’isola Navarino: oltre c’è solo l’oceano, e poi l’Antartide.

Mi vedo riflesso nel vetro del finestrino: quindici giorni di viaggio fai da te in solitario mi hanno regalato anche una barbetta grigia da esploratore.

Mi scopro a meditare: “L’Antartide...quasi quasi…”

Prev post

Alberi, caipirinha…e il Fiume di Gennaio

Next post

L'Oasi di Lissa

Patagonia, Puerto Piramides, UshuaiaArgentinaAmericheavventuramaremontagnacoppiesingle

Ti potrebbe anche interessare

Un tuffo nel medioevo

7MML

La città vecchia di Rodi è una meta imperdibile per chi si rechi nell’isola. Rodi è famosa anche per la vita notturna, ma non ci interessa questo lato della capitale,...

  • 0
  • 230

L'oasi natura Fiume Ciane

Guidasicilia

La mitologia greco-romana narra che Persefone, figlia di Zeus e Demetra, dea della vegetazione e dell'agricoltura, fu rapita sulle sponde del lago di Pergusa, mentre stava raccogliendo dei fiori, dal...

  • 0
  • 198

Il sole dell'Uzbekistan

Nadia

Venerdi 2 - sabato 3 maggio Sotto una bella pioggia e un tempo che sembra novembre prendiamo il treno per Bologna e partiamo puntuali con la Turkish, sosta a...

  • 0
  • 349

 

Commenti

 

Nessun commento presente


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Per lasciare un commento devi esser registrato (login o registrazione)